La Parola di Gesù è sempre roccia sicura

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7,26-27) dal Vangelo del giorno (Mt 7,21. 24-27)

«Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

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Su che cosa fondiamo la nostra vita, il nostro essere, il nostro futuro, i nostri progetti? Sulla sabbia o sulla roccia?

È diventato ormai proverbiale un modo così di parlare a partire da una bella immagine di Gesù che descrive due case, due tipi di fondamenta e un unico imman­cabile tornado di venti, acqua, fiumi in piena, che le mette alla prova.

Siamo abituati, di questi tempi, a vederci franare addosso una riva, un pezzo di montagna, a vedere ingoiate in un at­timo le fatiche di un’esistenza, se non le vite stesse … e si grida sempre tutti al dissesto idrogeologico, che è pure vero: la casa fondata sulla sabbia scompare e quella fondata sulla roccia rimane.

Quella casa è la no­stra vita, il nostro amore, i nostri progetti: che cosa è sabbia per la nostra vita? È l’appa­renza, l’inganno, i soldi, la cattiveria, la superfi­cialità, il disimpegno.

Che cosa è sabbia per il nostro amore? È l’egoi­smo, il soggiogare l’altro e strumentalizzarlo, è la soddisfazione e il piacere fine a se stesso, è l’avventura, è costringerlo a una prova.

È sabbia per i nostri progetti l’aver smesso di sognare, di credere con tenacia, di lavorare sodo per realiz­zarli … è sempre una grande delusione quando ti tocca restaurare la tua vecchia casa e ti accorgi che mancano le fondamenta! Sembra bella, ti richiama tanti ricordi, ma non potrà reggere più di tanto.

Allora la tua fatica è tutta nel costruire pezzo a pezzo le fondamenta: si può ridare fondamenta a una vita senza senso, a una esistenza fatua, pronta a franare a ogni difficoltà? Sì! Se si tratta di vere fonda­menta che non sono certo l’alcol, o lo sballo o le sostanze chimiche o tutte le avventure che si fanno per dimenticare.

Anche l’amore fondato sulla sabbia può ritro­vare dignità se ha il coraggio del chiedere per­dono, della tenerezza, del rifarsi alla sua vera sorgente.

Gesù dice che la roccia è la sua parola accolta e attuata: andiamo a cercare tante soluzioni ai nostri problemi di vuoto, leggiamo gli oroscopi, con­sultiamo maghi e fattucchiere … è ancora tutta sabbia!

Ci serve una parola che dà speranza, ed sempre la Parola di Gesù, è sempre il Vangelo, che è una roccia per ogni vita, che è una speranza per ogni futuro, che è la certezza di essere nelle braccia del Padre.

2 Dicembre 2021
+Domenico

La compassione di Gesù, non umilia, ma dà forza e speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,32) dal Vangelo del giorno (Mt 15,29-37)

Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare.

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Se vivi concretamente dentro la quotidianità più normale di una famiglia, di una città e non ti releghi in mondi artificiali come possono essere spesso le sale ovattate di qualche palazzo o gli incarichi asettici di qualche professione avulsa dalla vita, vieni a contatto ogni giorno con le sofferenze della gente.

Il mondo è proprio carico di sofferenze: è fatto anche di tante gioie, di tanti momenti esaltanti, di tante persone che vivono felicemente la loro vita, ma il cumulo di sofferenze che stanno appena sotto la superficie è grande: spesso sono le malattie, molte volte la sfortuna, ma molto più spesso la cattiveria e il vizio che l’uomo coltiva e diffonde. Dietro ogni sofferenza spesso c’è un’ingiustizia, molte volte un’infedeltà, un abbandono, un egoismo … e il male si accumula tanto da non essere in grado di alleviarlo.

La comparsa di Gesù presso il mare di Galilea aveva scoperchiato tutte queste miserie umane: zoppi, storpi, ciechi, sordi:

  • È zoppo chi non cammina, ma anche chi non trova la strada della vita;
  • è cieco chi non vede, ma anche chi non trova la verità,
  • è storpio chi è ricurvo su di sé, ma anche chi non riesce a stare diritto nella sua dignità,
  • è sordo chi non sente, ma anche chi non vuol sentire, chi si isola nel suo mondo, chi si aliena.

È la nostra umanità che si incontra con quel Gesù che è venuto a portare speranza nel mondo.

Gesù conosce questa miseria in cui si è ridotta l’umanità, avverte la cattiveria che sta all’origine di molta infelicità, ma quando gli si para davanti tutta questa povera umanità, gli si “contorcono le viscere”: così si può tradurre quel termine “compassione”, ha le reazioni dolorose e piene di partecipazione di una madre verso i suoi figli.

Gesù guarisce e consola, sfama e nutre, si colloca nella vita degli uomini e ne diventa il cibo, il sostegno, la forza.

Qui sulle rive del lago moltiplica i pani, per dirci che lui è il pane che non mancherà mai dalla mensa degli uomini: la folla lo segue da tre giorni, i tre giorni del suo rimanere sottoterra, perché lui stesso possa diventare questo pane.

Quella immane sofferenza ha bisogno di essere portata da qualcuno: Lui la porta e diventa sicura speranza di ogni nostra fame e di ogni nostra sofferenza.

E io lo sono per gli altri?

1 Dicembre 2021
+Domenico

Non c’è nessun destino, ma sempre una chiamata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4,18-22) dal Vangelo del giorno (Mt 4,21-22) nella festa di Sant’Andrea Apostolo

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

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Siamo buttati nel mondo a caso, oppure c’è qualcuno che ci pensa? C’è un destino cieco che determina la nostra vita o possiamo deciderla noi come meglio ci aggrada? Ci industriamo in mille modi per dare alla nostra esistenza la piega che vogliamo noi, oppure siamo come il cane legato a un palo che non può andare oltre il cerchio descritto dalla sua catena?

Ci sono momenti in cui ci sentiamo liberi quasi di volare e altri in cui ci sembra di essere perse­guitati da un cieco destino: in alcuni momenti ci sembra di essere noi che definiamo la rotta della nostra vita, in altri ci sembra di essere elegantemente ingannati … o presi per i fondelli, come si usa dire.

Abbiamo a disposizione intelligenza, volontà, cuore, affetti, amici, amore materno e paterno, amore di coppia: sono tutte energie che ci aiu­tano a definire la nostra vita.

Ci sono anche agenzie specializzate che ci orientano dove piace a loro, vedi per esempio la pubblicità che sta pervadendo ogni nostra scelta senza accorgercene: siamo di fronte a molte opportunità, spesso troppe, per cui non sappiamo da che parte voltarci, quale scegliere.

Gesù si colloca in questa sorta di confusione o di incertezza e ci apre una nuova prospettiva, dicendo che la vita dell’uomo è la risposta a una chiamata: non c’è nessun destino cieco nella vita, non c’è nessuna fortuna o sfortuna, ma la risposta originale a una chia­mata libera.

Gesù era ormai di casa tra quel gruppo di pescatori che ogni giorno incontrava sul lago: giovani, adulti, sposati, garzoni, padroni di una barca … una vita faticosa, il lago non regalava niente a nessuno, molte notti a gettare reti e a ritirare soltanto acqua e sassi – oggi sarebbero bottiglie di plastica – il pomeriggio a ricucire gli strappi, a immaginare il futuro.

Era diventato loro amico: aveva visto nel loro cuore sete di verità, voglia di futuro diverso, desiderio di giu­stizia, aspirazione alla bontà … e li chiama! E loro all’istante abbandonano barca, reti, progetti, padre e madre e lo seguono.

Sentirsi chiamati a qualcosa di bello, di grande, di pulito è ciò che tutti sogniamo … solo che siamo distratti e non ci sentiamo quasi mai interpellati, o siamo interpellati da niente.

C’è invece in tutti una chiamata nella vita: non siamo fatti con lo stampino, ma in maniera originale; nessuno è generico, non siamo clonati, pos­siamo sperare di intravedere ciò per cui siamo nati, costruire la nostra risposta originale.

Questa è una grande speranza per ogni vita e sempre, ogni giorno … e Sant’Andrea, che oggi ricordiamo, è stato chiamato da Gesù a diventare Apostolo e lo ha fatto con una estrema generosità: anche lui, abbandonate le reti, lo seguì, e lo seguì anche in croce.

Ma noi, questa speranza, dove l’abbiamo buttata?

30 Novembre 2021
+Domenico

Non mi sento degno di averti in casa mia

 Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 8-9) dal Vangelo del giorno

Ma il centurione rispose: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa”.

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È sempre bello poter ospitare a casa nostra qualche persona, poterla accogliere nell’intimità di un rapporto informale: i rapporti di società spesso sono di ruolo, un po’ distaccati, ma tutti hanno un cuore e non c’è come il clima di una famiglia in una casa che permette di godere dell’amicizia, della familiarità, della distensione, delle confidenze e del rapporto alla pari, senza distanza.

Non è purtroppo sempre così, perché talvolta si invita a casa qualcuno per tendergli un tranello, per renderlo meno libero di fronte alle decisioni, per raccomandarsi, per strumentalizzare o forse anche per umiliare e per creargli imbarazzo di fronte alla nostra ostinazione.

Qualcosa di simile stava sullo sfondo quando Gesù si sente fare un’accorata richiesta da un capitano dell’esercito di occupazione romana, un centurione: “Mi sta male un servo, gli voglio troppo bene per vederlo scomparire dalla vita e per vedermelo soffrire tanto. Tu lo puoi guarire” … e Gesù, immediatamente lo mette alla prova: “Verrò a casa tua e lo guarirò”.  Poteva essere un’ottima occasione per il capitano per farsi un nome, Gesù stava spopolando per tutti i suc­cessi che aveva con la gente, creava invidia nei potenti … averlo a casa era sicuramente meglio di una promozione! Il centurione però si guarda addosso e vede quanto è grande la differenza tra lui, uomo di forza e Gesù, uomo di pace, tra la sua vita di pagano e la nostalgia di Dio che ogni gesto di Gesù innescava anche in lui; sa stare al suo posto, ha ancora da fare tanta strada per entrare in amicizia con Gesù ed esce in quella bellissima preghiera: “Signore non sono degno che tu entri nella mia casa, ma di’ solo una parola è il mio servo guarirà”. Da allora, in ogni Messa la si ripete sem­pre, forse distrattamente, forse solo formal­mente, spesso senza verità dell’essere, perché poi andiamo a fare la comunione senza badare a quanto siamo sbagliati dentro, magari per farci vedere e così strumentalizzeremo l’amicizia sincera di Gesù.

In quel contingente di soldati romani, c’erano senz’altro giovani delle nostre regioni del centro Italia, sotto l’impero romano, e mi piace pensare che il centurione sia uno dei no­stri: uno che ha capito di non usare Gesù per i suoi comodi, ma di desiderarlo come speranza vera della sua vita e dei suoi figli.

E’ questo atteggiamento che dobbiamo maturare nella attesa che ci proponiamo di approfondire di fronte alla accoglienza che dobbiamo a Gesù nella nostra condizione umana.

29 Novembre 2021
+Domenico

La fede o è piena o non è fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-36)

Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Genèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, e lo pregavano di poter toccare almeno l’orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano.

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Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso: resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi.

E’ il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.

Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Lui, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri.

A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo: abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare.

Solo la fede in Gesù lo sosteneva! Ma a poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede.

Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio,  non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze: ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. E’ come quando si impara a usare la bicicletta: si abbassa lo sguardo ai propri piedi sulle staffe e si perde l’orizzonte e si cadeva. 

Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni a Lui.

La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, a abbandono convinto senza riserve … e noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.

Le figure di Pietro e di Paolo oggi sono al centro della celebrazione eucaristica perché si rivive la dedicazione delle Basiliche dei ss. Pietro e Paolo: Pietro è sempre il capo della Chiesa voluto da Gesù stesso ed è giusto che a Roma, la sede di Pietro si sia costruita una basilica proprio dedicata a lui, anche se la cattedrale del papa è san Giovanni in Laterano come vescovo di Roma.

Paolo pure è venuto a Roma e ha continuato a proporre il Vangelo fino al suo martirio ed è giusto che anche per lui, per queste due colonne della fede cristiana ci siano a Roma due basiliche a loro dedicate.

18 Novembre 2021
+Domenico

Saremo chiamati figli di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-4) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».

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Siamo sempre preoccupati, quando leggiamo il Vangelo, di vedere che cosa Gesù ci dice di fare, trasformando così il cristianesimo in una serie di norme morali da seguire, senza percepire e accogliere quel rinnovamento profondo che invece Dio provoca nella nostra coscienza.

Le beatitudini vanno lette soprattutto in quello che ci dicono di Dio, non in quello che ci dicono di fare!

Dio stesso, l’onnipotente, ha cura di voi e si dedica a voi: Dio ci consolerà, sarà lui che asciugherà ogni lacrima dei nostri dolori, giusti o ingiusti, meritati o no, che proviamo nella vita.

Dio il Padre ci darà la possibilità di sentirci radicati, di avere una identità: Dio ci chiamerà alla sua mensa e la comunione con lui ci riempirà di gioia.

Dio non ci rinfaccerà niente, non serberà rancore verso nessuno: ci toglierà il rimorso per il bene che non siamo stati capaci di fare, per la cattiveria che purtroppo ci ha stregati durante la nostra vita.

Dio stesso ci renderà capaci di scorgerlo nelle trame dell’esistenza, fino alla pienezza dell’incontro con Lui … e alla fine saremo chiamati «figli di Dio» , perché Dio stesso ci chiamerà a far parte di una famiglia indistruttibile, a prova di affetto, di amore, senza tema di essere abbandonati o scaricati dall’inconsistenza di un banale egoismo.

Questa è la buona novella del regno: questo è il Dio che Gesù ci ha abituato a sognare e che sicuramente si presenterà a noi! Un Dio così lo pensiamo per i poveri di tutto il mondo, lo preghiamo per chi soffre la guerra, per chi non ha casa e continua ad essere sballottato da una terra all’altra.

La santità del cristiano nasce qui: non sarà mai lo sforzo dell’uomo che cerca di spiritualizzare la sua vita … è mettersi nella logica di Dio! E’ anzitutto dono di Dio che ci ama e ci dona se stesso in Gesù.

Gesù, crocifisso e risorto, è le beatitudini: nel suo volto di dolore Lui è povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia, puro di cuore, pacificatore e perseguitato … e da risorto è suo il Regno, è consolato, eredita la terra, è saziato, trova misericordia, vede Dio, ed è in pienezza Figlio di Dio.

Le beatitudini manifestano chi è Dio, suo e nostro Padre, mostrano il volto che siamo chiamati ad assumere.

Le beatitudini sono il ritratto di Gesù e il progetto di Dio su ogni credente: non c’è altra possibilità per l’uomo di realizzarsi pienamente, e i nostri defunti che andremo a ricordare nei cimiteri sono nelle braccia di Dio, sono definitivamente figli suoi e le nostre preghiere non sono solo per affrettare questo “essere Figli” definitivo, ma anche per pregarli di intercedere per noi da dove la si trovano, nelle braccia di Dio.

1 Novembre 2021
+Domenico

Il Signore è soprattutto Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

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Si può stare tanti giorni a vivere in “non luoghi”, dove le relazioni sono funzionali, legate al momento, senza storia … si possono passare periodi di viaggio o di vacanza lontano da tutti, in una sorta di sospensione dalle relazioni fondamentali della vita, senza illudersi di aver trovato la libertà, si può vivere in contesti dove non sei conosciuto, senza amici, senza relazioni profonde; ma … prima o poi è necessario tornare agli affetti, alle relazioni personali, a una casa, a un padre e a una madre, soprattutto se si è giovani.

Gesù quando parla di Dio, ne parla sempre con il bellissimo nome di Padre, di papà: lui vuole sempre vivere la vita a casa, in un rapporto profondo con il Padre celeste; il mondo non sarà mai per Gesù un non luogo, uno spazio di relazioni funzionali, ma sempre uno spazio di relazioni profonde con un papà.

Nei suoi pensieri si sente un piccolo … in cui risuona la bellezza della vita, del creato, la pienezza dell’amore: Gesù non è un sapientone o un personaggio, ma il figlio di un Dio che è Padre.

A noi è dato di scandagliare con la nostra intelligenza il mistero della vita, sondare nell’infinito per farci una idea di Dio: la filosofia ha raggiunto vertiginose altezze di introspezione e di pensiero sull’infinito, ma quello che conta è che per dare un volto a Dio occorre farsi semplici, disposti alla meraviglia, fiduciosi in una Parola più grande di noi, non mettere distanze comode che ci fasciano la vita.

Tornare semplici non significa abbandonare le doti di intelligenza e di ragionamento che abbiamo, ma sapere di stare a cuore a Dio, che prima di essere un eterno, infinito, onnipotente, creatore è un papà.

Questa esperienza Gesù la vive e la vuole donare a tutti gli uomini: vuole che chi si affida a Dio non lo faccia per dovere, non lo pensi come una assicurazione sulla vita, ma come l’abbraccio di un Padre, dal quale è possibile percepire il significato del vivere e del morire, del dolore e dell’amore, guardare a tutti gli eventi con la vera saggezza e sapienza che rivela il gusto del sentirsi creature amate e desiderate.

Vivere una vita cristiana significa sentirsi accolti da un Padre, sentirsi confidenti di Dio sul mistero della vita, poter ascoltare la Parola che salva e che orienta e avere sempre lo sguardo fisso al cielo, sempre abitato da un Padre.

Così viveva la sua esistenza san Francesco che oggi veneriamo e festeggiamo come patrono d’Italia, come un figlio tenerissimo di Dio Padre, come fratello universale, con una umanità dolcissima, amante della vita, della creazione e di tutte le creature, da fare di tutte un canto e una lode all’Altissimo Onnipotente buon Signore in una povertà affascinante, tutta riempita di Dio.

4 Ottobre 2021
+Domenico

Il mondo meraviglioso di angeli che ci custodisce

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,1-5.10)

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Proprio nella chiamata di uno degli apostoli, la più strana, appare l’affermazione che indica la presenza degli angeli nella nostra vita: il soggetto è Natanaele, che si era tenuto sulle sue perché diceva francamente che non s’aspettava niente da uno che veniva da un paesetto sperduto, Nazareth, vicino al suo, Cana, e crolla di fronte a un Gesù che lo guarda dentro e, alla sua meraviglia, gli allarga ancora di più gli orizzonti e dice proprio «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo»: non è la scala di Giacobbe, frequentata dagli angeli, ma lo stesso Gesù che ora apre la comunicazione con Dio Padre per tutti gli uomini, e ci dice che c’è un mondo meraviglioso che sta a custodirci, che fa da corona a Gesù e agli uomini: gli angeli.

Chi sono gli angeli? La parola stessa ne dà un significato ben preciso: sono “portatori di notizie”, di annuncio, sono quindi intermediari tra Dio e gli uomini nella nostra storia di salvezza, sono legati strettamente a Dio e ne realizzano i progetti, coinvolgono gli uomini in questa avventura del Regno di Dio; hanno svegliato nella notte profonda i pastori per annunciare la nascita di Gesù, ne hanno subito cantato la lode; uno di loro aveva annunciato a Maria e chiesto la sua collaborazione per la venuta di Gesù su questa nostra terra.

La Bibbia, insomma, è popolata da queste presenze spirituali, vere, decisive, collaboratrici del Signore … poi la nostra filosofia si sbizzarrisce a vedere che tipo di creature sono: non sono forse visioni … solo, non possono essere stati usati da scrittori di cronache per semplificare la comprensione di alcuni fatti inspiegabili? Si possono fare tutte le congetture.

Noi, come ci ha detto Gesù, e per come hanno servito il piano di salvezza di Dio, crediamo a questa loro presenza e soprattutto e soprattutto vogliamo vedere in loro la vicinanza di Dio alla nostra vita, la sua compagnia quotidiana, personalizzata, i messaggeri della sua parola, coloro che ci aiutano a prendere posizione per Gesù.

Se c’è un principio del male, come Satana, che sta sotto Dio, ma che nuoce non poco agli uomini, è giusto che ci siano delle creature di Dio, come lo sono gli angeli, che invece lavorano nella vita dell’uomo per aiutarlo a convertirsi sempre di più a lui, per proteggerne il cammino.

Sono forza imbattibile come Michele e speranza per una vita buona, bella e felice per ogni persona … e ciascuno di noi ne ha uno che lo custodisce, l’angelo custode, “personalizzato”, che ha cura di noi.

Essere custoditi è una gran bella cosa, sapere che qualcuno veglia su di noi, che concretizza la cura che Dio ha di me e di tutti gli uomini, ci fa sentire concretamente e sempre di qualcuno.

Non siamo abbandonati nel mondo, nel cosmo, ma siamo sempre a contatto con Dio e gli angeli ci fanno sentire Dio vicino a noi.

2 Ottobre 2021
+Domenico

Una chiamata che ci rivoluziona la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)

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Molti di noi hanno sentito nella vita una chiamata che li ha messi in  discussione, in moto, in cammino verso mete impensate: era una momento in cui abbiamo visto davanti a noi una strada … da sperimentare almeno, perché qualcuno ce ne ha entusiasmato … e Matteo, l’apostolo, stava seduto al banco delle imposte,e dava quasi l’idea di uno che non si muove … è come il paralitico del fatto appena raccontato ai versetti precedenti nel Vangelo: Là c’era il paralitico che non si poteva muovere, fissato nel suo male, là c’erano seduti gli scribi e i farisei che criticavano Gesù, qui ci siamo noi forse sempre seduti, statici, adattati, senza grinta, senza speranza, intenti a farci i fatti nostri, a vivere di virtuale, di smartphone, di fiction

Per Matteo era lo spazio di un mestiere di collaborazionista dov’era seduto, con l’occupazione romana, quindi inviso alla gente e irreligioso rispetto al  modello di stato ieratico che esisteva in Israele: era un mestiere facilmente orientato a soprusi e ingiustizie.

Su questa staticità, “stava”, irrompe un verbo perentorio di Gesù: “seguimi!”.

E’ un imperativo risuonato nella vita di tutti i discepoli: “Vienimi dietro, vieni con me, molla tutto e sta con me; ti indico io la strada della vita! La tua ricerca ha un approdo sicuro”.

E’ una parola creatrice che restituisce Matteo a se stesso, restituisce ciascuno di noi alla nostra responsabilità.

Perché chiama? Che possibilità ha? che titoli gli danno questa possibilità? Lui è la via, la verità e la vita!

Questo imperativo deciso e perentorio indica come il seguire Gesù non è una nostra iniziativa, non è un cammino dell’uomo, ma di Dio tra gli uomini, di Dio che ci guarda e chiama, è una risposta a un  invito di Gesù.

Seguire Gesù è vivere secondo i suoi criteri, è smettere di andare per strade di morte e avere sempre davanti Lui, sapere che Lui è una guida sicura: in Lui troviamo le risposte alle domande profonde dell’esistenza, sulla felicità, sul futuro, sul senso della vita.

I pubblicani – peccatori – ai tempi di Gesù, nella sua terra erano esattori di tasse, e non si detesta qualcuno soltanto perché lavora all’Intendenza di finanza, ma gli ebrei, all’epoca, non pagavano le tasse a un loro Stato sovrano e libero, bensì agli occupanti Romani; devono finanziare chi li opprime, e guardano all’esattore come a un detestabile collaborazionista. 

Matteo fa questo mestiere in Cafarnao di Galilea: col suo banco lì ben in vista, con qualche intensa sciabolata di luce che lo mostra ai passanti … Gesù lo vede poco dopo aver guarito un paralitico, lo chiama.

Lui si alza di colpo, lascia tutto e lo segue.

Da quel momento cessano di esistere i tributi, le finanze, i Romani … Tutto cancellato da quella parola di Gesù: “Seguimi”.  E lui alzatosi lo seguì: è il verbo stesso che indica la risurrezione; è la posizione superata, il modo di essere nuovo di una vita, di un uomo piegato in due dal peccato, dalla disgrazia o dalla disperazione, senza dignità.

Questo banchiere, chiamato da Gesù, si erge nella sua pienezza, nella sua pienezza di vita, che il fascino di Gesù gli fa intuire.

Ci facciamo una domanda? Noi, siamo gente in piedi o seduta? Siamo capaci di camminare eretti o siamo piegati in due dalle nostre miserie, i nostri peccati, le nostre difficoltà o malizie o paranoie? Oppure siamo “spaparanzati” nelle nostre noie, nella assenza di grinta, nell’adattamento al ribasso, nel lasciarci vivere da altri?

Seguire Gesù non è tenere il piede in due scarpe, ma deciderci per Lui, così risuonano tutte le risposte alla chiamata di Gesù. Decidendo di seguire Gesù, non dovrà più stare seduto, piegarsi su di sé, ma stare in piedi nella sua dignità riconquistata, regalata e uscire sempre come Gesù.

21 Settembre 2021
+Domenico

Santi e peccatori stanno nella genealogia di Gesù: è la nostra umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo  (Mt 1, 1-16.18-23)

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.

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Ogni uomo che nasce a questo mondo è una sicura originalità: basti pensare che con le impronte digitali si riesce a distinguere qualsiasi persona da un’altra; gli stessi  genitori vedono crescersi i figli e sono sorpresi dei loro comportamenti del tutto originali: all’inizio stanno a vedere a chi assomiglia, rintracciano in loro i tratti dei parenti, dei nonni, degli zii … poi si devono adattare a vedere e giustamente che non sono la somma di nessuno, ma una originalità assoluta, un nuovo carattere, una nuova sensibilità, un nuovo modo di pensare e di reagire, di trovare ragioni di vita e di organizzare l’esistenza.

Ciascuno però è il punto di arrivo delle generazioni precedenti, si porta dentro dei segni di chi lo ha preceduto: il sorriso della nonna, o la tenacia dello zio, la dolcezza della mamma, lo scatto di impazienza del nonno, l’andatura del fratello, la litigiosità o l’imprenditorialità di qualcun altro…

E’ stato così anche di Gesù: nel prendere carne, nell’assumere un corpo si è messo, in maniera del tutto originale come ogni uomo, ma anche in totale incarnazione, nella fila delle generazioni che lo hanno preceduto … ed è interessantissimo che il vangelo di Matteo – che si legge nelle chiese oggi – che è la festa della nascita della Madonna, metta in fila le generazioni che hanno preceduto Gesù, in termini non soprattutto cronologici, ma genealogici.

Ed è sorprendente vedere come in questa fila ci stanno grandi personaggi, oscuri avi, gente giusta e prode, peccatori e delinquenti, uomini e donne di fede e persone violente, cultori della pace e disonesti mercanti di guerre.

Nel sangue di Gesù scorre tutta l’umanità che lo ha preceduto: ci stiamo tutti noi! Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato. La sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto.

Questo Figlio di Dio prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche e ci viene a dare coraggio, a dire che l’umanità è sempre in cammino verso il bene e lui ci sta dietro, se la prende tutta su di sé, ci carica tutti sulle sue spalle e ci porta nelle braccia del Padre.

Non siamo né abbandonati, né disperati, ma accompagnati e tenuti per mano, inscritti nella carne del Figlio di Dio e di Maria, speranza certa per tutti gli uomini anche per i più abbandonati.

In questa fila di creature c’è però un salto di qualità, si inscrive Maria, l’Immacolata, la stella del mattino, la tutta pura, colei  in cui  si realizzano le promesse della nostra salvezza:

  • in Lei si rispecchia la bellezza primigenia con cui Dio aveva concepito l’umanità;
  • in Lei rinasce il colloquio degli Angeli con l’uomo innocente;
  • in Lei rifulge una integrità verginale che il mondo ammira e non ha;
  • in Lei il sovrano mistero dell’Incarnazione si compie per la gloria di Dio e la pace sulla terra;
  • in Lei il silenzio profondo dell’anima perfetta e aperta all’infinito si fa amore, si fa parola, si fa vita, si fa carne, si fa Cristo;
  • in Lei ogni pietà, ogni gentilezza, ogni sovranità, ogni poesia è donna viva, ideale e reale;
  • in Lei il dolore raggiunge acerbità impensate, che nessun cuore di madre ha egualmente provato;
  • in Lei la fede, la fortezza, la bontà, l’umiltà, la grazia infine, nella sua più splendida e misteriosa realtà, hanno espressioni sovrumane;
  • in Lei, come in lampada viva, splende lo Spirito e irradia Cristo Gesù.

Le feste della Madonna sono tutte fontane traboccanti di gaudi e di consolazioni incomparabili: l’esaltazione della nostra povera umanità all’altezza e alla bellezza dei privilegi della Vergine Maria, è una gioia unica per il nostro mondo, soggetto al peccato, alla corruzione, alla disperazione, alla maledizione.

Piove sul mondo e specialmente sulle anime fedeli, ad ogni festa della Madonna, una effusione di letizia, che solo nella Chiesa Cattolica si conosce. Non per nulla Maria è celebrata come “causa nostrae letitiae” e la invochiamo come madre che ci aiuta a prendere la strada vera della vita, con il suo consiglio, la sua luce e la sua profezia.

8 Settembre 2021
+Domenico