Signore voglio guarire, a te solo lo chiedo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv. 5, 6-8)  dal Vangelo del Giorno (Gv 5, 1-3.5-16)

«Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: “Vuoi guarire? ”. Gli rispose il malato: “Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me”. Gesù gli disse: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» 

Quante volte ci siamo sentiti dire la frase: voglio guarire.

E’ il figlio ammalato che sta in casa anche solo per pochi giorni ed è impaziente di tornare a giocare, è il marito colpito da un infarto, come un fulmine a ciel sereno: s’è salvato, ma ora deve ricostruirsi un nuovo modo di vivere; è il parente o la mamma alle prese con le chemioterapie che non promettono niente di buono …

Signore, voglio guarire!

E’ l’anziano che vede ogni giorno di più che le forze vengono meno: il suo pensiero ritorna spesso alla giovinezza quando poteva salire le scale saltando i gradini a tre o a quattro … e che oggi non riesce più a muoversi; si scoraggia e spesso non ha più la forza di gridare “Signore, voglio guarire”.

E’ la nostra vita interiore malata … che ha perso la pace interiore, la nostra coscienza assalita dal rimorso della colpa da cui sale con non minor forza il grido: Signore voglio guarire

Vorremmo che fosse la preghiera del ladro che non bada a violenza e disprezzo … per prendere quattro soldi che non gli daranno nessuna felicità, vorremmo che fosse la preghiera di chi aspetta solo di fare ritorsioni e vendette, illuso di farsi giustizia, mentre ne crea un’altra più grande …

Signore, voglio guarire!

Vorremmo che fosse la preghiera di chi decide a tavolino le guerre e il terrore, di chi ha già armato la mano del giovane per quattro soldi e lo stringe per sempre nella follia omicida della mafia, vorremmo che fosse la preghiera dello spacciatore, che vende morte per procurarsi la propria. 

E’ la preghiera di tutti quelli che sono presi … da … tutte queste nostre “malattie moderne”, da queste “pandemie”, da queste “epidemie”: Signore, voglio guarire!

E Gesù si china sul malato che sta ai bordi di quella piscina e dice perentoriamente: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina».

Ce lo vogliamo sentire ripetere questo imperativo deciso su tutte le nostre miserie, materiali e morali, sulle nostre malattie, sui nostri dolori senza speranza, sulle nostre famiglie distrutte dal dolore, chiamate ad assistere malati terminali, con nel cuore la disperazione e negli orecchi le invocazioni di aiuto: Signore voglio guarire … dalla mia inedia, dalla disperazione, dalla cattiveria che mi avvelena l’anima, dal vizio che mi ha tolto ogni libertà, dalle maschere che mi metto per ingannare tutti, ma non te. 

E Dio, che non ci abbandona mai, ci dirà sempre: “alzati, prenditi in mano la vita, e cammina”.

24 Marzo 2020
+Domenico 

Gesù, va sempre creduto solo sulla sua Parola

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 4, 43-54)

Proprio perché siamo persone umane, siamo consapevoli che nelle nostre vite dobbiamo sempre destreggiarci tra condizionamenti vari, culture di provenienza, mentalità della gente … è naturale, non siamo individui, ma persone, sempre in relazione.

Dobbiamo però conquistarci la nostra libertà, tutta quella possibile.  

Gesù in Galilea non riusciva a sfondare con la sua predicazione, tanto da dire che nessuno è profeta in patria, perché tutti ti danno per scontato.

Gesù ha avuto più fortuna in Samaria che in Galilea, ma ritorna a Cana dove aveva compiuto il suo primo segno-miracolo dell’acqua cambiata in vino e vi incontra un ufficiale del re preoccupato per suo figlio ammalato, e ha paura che muoia.  

Puoi essere noto, potente, ben stipendiato, pure fortunato negli affari, importante per posizione, ma quando hai davanti la morte, ti cascano tutte le tue sicurezze e cerchi una via di uscita, e spesso nemmeno ci ragioni troppo sul tipo di via. 

Evidentemente questo ufficiale aveva sentito ciò che Gesù aveva fatto in Giudea ed era convinto che potesse fare anche qualcosa per suo figlio.  

Così, ancora una volta, Gesù si trovò davanti alla richiesta di un miracolo.

Già conosceva la gente del luogo: sempre pronta al meraviglioso, al miracolo, alla fama, ma non certo alla conversione.

Questo ufficiale viene da Cafarnao, abbastanza distante da Cana e Gesù osa chiedergli tutto, soprattutto una fede, pure molto interessata, perché si tratta della vita di suo figlio, ma capace di sconvolgergli il modo di pensare, di vivere, la sua posizione sociale.

Gesù ne vede l’angoscia, l’atteggiamento umile di un ufficiale, il costo che pagava nella considerazione della gente, ma anche la fiducia in lui.

Gli dice un perentorio <<va, tuo figlio vive>>: lo invita a credere solo nella sua parola. 

Quell’uomo non si trovò quindi davanti ad un miracolo visibile, non poteva verificare immediatamente se il segno di Gesù era avvenuto oppure no; avrebbe creduto anche senza vedere il segno con i suoi occhi oppure sarebbe stato come la maggior parte dei connazionali di Gesù che continuavano a volere vedere segni eppure non credevano? Doveva scegliere

Il Vangelo dice: <<credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino>>. Gesù aveva già fatto segni a Cana, ma gli uomini non si accontentano mai: «Se non vedete segni e miracoli, voi non crederete».

Purtroppo spesso è questa la nostra condizione di uomini e donne ancora oggi: Molti vorrebbero vedere continui segni e, tuttavia, continuano a non credere in Gesù. 

Ma questo secondo segno a Cana aveva prodotto una fede genuina nel cuore di quell’ufficiale del re.

Prima ancora di vedere il segno, egli aveva creduto alle parole di Gesù: «Tuo figlio vive»: Questo rende quell’ufficiale un esempio di fede per noi.

Infatti, egli credette a Gesù sulla parola come siamo chiamati a fare anche tutti noi.

E noi siamo disposti a credere a Gesù sulla parola … o siamo  di quelli che vogliono vederne qualche prova almeno in TV, cui dobbiamo sempre credere lo stesso e peggio?! 

23 Marzo 2020
+Domenico

Il cieco-nato: la fatica per l’umanità di passare dalle tenebre alla luce

Una Riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41)

Era anche lui uno di quei ciechi che facevano i turni da mendicante: 9-12, 15-18, tutti i giorni, festivi compresi, soprattutto il sabato quando tanta gente andava al tempio a ricordare le meraviglie di Dio.

Conosciuto da tutti, da tutti compatito e sopportato … proprio di sabato gli si para davanti Gesù.

Gesù osa fare del fango, in un giorno di sabato, osa spalmarglielo sugli occhi, in giorno di sabato, e il cieco torna a vedere.  

La gioia è garantita, la festa pure: per questo cieco inizia una vita nuova, salta, canta di gioia, ma non sa che cominciano i suoi guai.

Non doveva ritrovare la luce in giorno di sabato, in un altro giorno forse poteva starsene più tranquillo … e così viene impigliato in una vicenda più grande di lui.

L’autorità costituita fa … una indagine: non se ne può più di questa continua infrazione della legge fondamentale per la religione ebraica, che è il sabato; chi osa sfidare il sabato è un maledetto da Dio, infrange il nostro codice penale e deve pagare.  

Comincia così la caccia al bestemmiatore: come è stata, chi era, è proprio vero, sai se ne raccontano tante … tra la gente … che non bisogna mai fidarsi di quel che dicono.

Questo è il cieco, ma può essere finto; dove sono i genitori? Falli chiamare. Che dite? Chi è stato?

Perché chiamate in causa noi? Chiedete a lui che ha la sua età. Lui non si interessa tanto di religione: Lui sa solo che non ci vedeva, che viveva una vita buia, senza speranza, dipendente in tutto, con un cuore spento, senza colori …  Oggi ogni ora che passa scopre la bellezza della vita.

Vorrebbe che tutti con lui ammirassero il creato come se fosse nuovo, invece stanno a litigare sui modelli di interpretazione della realtà di quello che gli è capitato.

Certo occorre pensare, occorre non abboccare, ma io ci vedo, e prima nemmeno pensavo quanto fosse bello godere delle cose che Dio ha fatto. Ora mi invadono i colori, la mia vita è un’altra! Non mi state a convocare tutti i giorni, lasciatemi godere la luce, le piante, i fiori, gli uomini e le donne, il sorriso dei bambini, le espressioni dei volti.  

Ma ormai ha l’abbonamento agli uffici dell’inquisizione: gli viene il sospetto di essere cercato perché vogliono diventare seguaci di Gesù. L’avesse mai pensato! Gli cala addosso una serie di improperi che lo inchiodano.

Ma perché questa gente non è felice con me per la vista che ho ripreso? Perché continua a indagare su chi mi ha guarito?  

E in lui nasce, a poco a poco, non più solo l‘interesse per la nuova vita che lo riempie di gioia, ma il desiderio di conoscere e incontrare colui che lo ha guarito.

Ne aveva goduto la bravura, perché gli aveva ridato la vista, ma Lui chi è? se questi si scaldano tanto, e sempre mi costringono a prendere posizione su di lui?

I nemici di Gesù lo portano contro volontà sempre di più verso di Lui.

Lo tormentano per distaccarlo dal Nazzareno, e in lui invece nasce la sete di Lui!   

Non ci aveva mai pensato: lui “tirava a campare”, la vita era dura, non sapeva di Gesù, né gli interessava.

I farisei scornati devono ammettere il fatto: il cieco era vero, oggi è vero che ci vede e tutti testimoniano che è stato Gesù … ma … i conti non tornano: questo Gesù è un inadempiente e Dio non può stare dalla sua parte; non riescono a pensare il nuovo che irrompe, non pongono mente a quanto veramente Dio sta chiedendo a loro.

Loro sanno fare solo sentenze, mettono alla sbarra anche Dio, come facciamo sempre anche noi … prima di guardarci dentro e di vedere come siamo matti … o malalti, incolliamo le nostre malattie sugli altri. 

E finalmente arriva il magico incontro con Gesù, ancora più bello di quello del fango spalmato sugli occhi e del dono della vista: ora è Gesù che si presenta, sono Io che ti ho ridato la vista.

Signore, io credo è la risposta precisa, perentoria, senza dubbi di colui che era stato cieco ed ora è guarito.

E’ più coraggioso dei suoi genitori.

Lui crede, si affida, non teme di essere buttato fuori dalla sinagoga: ha ricevuto la vista, ma ora gli interessa vedere la verità, contemplarla, per dare al suo nuovo mondo il vero senso.

E’ la fede in Gesù la sua nuova vista.

22 Marzo 2020
+Domenico
  

Mi voglio riempire gli occhi di te

Una riflessione dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,13) dal Vangelo del Giorno (Lc 18,9-14)

<<Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.>>

Proviamo … a fare la preghiera del peccatore che sta in fondo alla chiesa e che non osa alzare lo sguardo a Dio:

Signore, sono di nuovo qui davanti a te … L’ultima volta ti avevo promesso che sarei cambiato, mi ero pentito veramente, me ne ero partito da te con nel cuore la gioia del tuo perdono … ho osato dire a me stesso che ce l’avrei fatta, avevo ormai toccato il fondo e potevo contare su un cuore diverso … avevo sperimentato la tua bontà e ho creduto di potercela fare; invece, sono di nuovo tornato alla mia miseria e sono qui  perché l’unica gioia che provo nella vita è il tuo abbraccio, la tua bontà che mi accoglie sempre.

Non ti voglio promettere che d’ora in avanti sarò bravo, perché non mi fido più delle mie forze, ma voglio dirti che ti voglio bene, che senza la tua decisione di amarmi sempre, io sarei un fallito.

Mi sento indegno di questo tuo amore … non perdere tempo con me, aiuta invece chi ti può promettere sequela e ti esprime gratitudine.

Ho sempre ancora creduto di essere io il centro della mia vita: mi sono fatto legge a me stesso, ma ora non ne posso più; se mi prendi con te io ritorno!

Mi hai dato un corpo e l’ho disfatto;
mi hai dato un cuore, e l’ho venduto;
mi hai dato intelligenza e l’ho sperperata a costruire tranelli per i buoni; mi hai fatto per amare e io mi sono specializzato nell’approfittare;
mi hai dato una vita pulita e io c’ho scritto dentro tutte le mie carognate.

Sto vivendo una storia d’amore, ma è più l’egoismo che so esprimere che il dono, e il brutto è che sono sempre alle solite: mi lascio usare e sfrutto nello stesso tempo.

Mi voglio riempire gli occhi di te, mentre abbracci il tuo figlio, che ti ha abbandonato e che ritorna: fammi godere della festa che gli prepari!

Mi incanti quando ascolti la supplica della vedova, che ha fiducia solo in te; ti voglio ascoltare mentre parli agli uomini dalla montagna e dici loro che sono felici, perché Tu sei la loro Gioia.  

Ho anch’io quattro amici che sono disposti a scoperchiare il tetto di una casa per depositarmi davanti a te, ma li  ho traditi un’ennesima volta e mi hanno giustamente lasciato. 

Ti ho spiato nell’orto del Getsemani, e mi hai fatto paura, ma ho visto l’abbandono nelle braccia di tuo Padre: Apri anche a me queste braccia! 

Vorrei anch’io essere preso per mano da te come hai preso per mano il cieco: mi riempi di speranza quando fai cadere le pietre dalle mani dei lapidatori.  

Ci sarà una strada che mi porta fuori? Posso sperare in un colpo d’ala che mi aiuta ad abitare quel cielo che tu mi rappresenti? 

Io sono del genere dei “senza speranza”, sto cercando di capire che sei tu l’unica mia speranza, il Dio che non mi abbandona mai … “

21 Marzo 2020
+Domenico

Dio e il prossimo: l’unico vero amore della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,29-31) dal Vangelo del Giorno (Mc 12, 28-34)

<<Qual è il primo di tutti i comandamenti? ”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.>> 

La necessità di semplificare, non di fare i sempliciotti, oggi è assolutamente necessaria: in un mondo pieno di informazioni, invaso da immagini, destabilizzato dall’esasperazione delle emozioni e dei sentimenti è necessario avere qualche punto fisso da cui guardare la vita; soprattutto è necessario avere capacità di sintesi, cioè la possibilità di dare unificazione al nostro pensare.

La vita non è una somma di fatti, un susseguirsi disordinato di eventi, ma è una storia, composta di avvenimenti nella coscienza di ciascuno, un filo d’amore che Dio tesse nella vita di tutti e tocca a noi intercettare, rendere consistente, offrire come corda di solidarietà a tutti.

Così è della nostra vita cristiana.  

C’è un punto unificatore di tutto?

Esiste una scelta di base che dà significato a tutta l’esistenza, che permette di valutare e rivedere, di riorientare e ritrovare forza … dopo le immancabili cadute e defezioni? Dopo lo smarrimento e la debolezza dei nostri comportamenti?

C’è nel cristianesimo un principio base che giudica tutte le alterne vicende della nostra vita? L’aveva anche il popolo di Israele, era lo shemà israel: ricordati, ascolta Israele, il Signore Dio nostro è l’unico Signore.  

Anche Gesù lo ha imparato dalle labbra della mamma, lo ha ripetuto tante volte quando andava in sinagoga come ogni bambino ebreo e lo ripropone carico della novità assoluta dell’amore di Dio fatto carne in Lui, al nuovo popolo dell’alleanza, a tutti i cristiani che erano allora, che sono e che verranno.  

Ama Dio e ama il prossimo.

Non  fare separazioni che sarebbero ben comode, non fissarti su uno o sull’altro se vuoi rispondere seriamente alle esigenze che io ho seminato in te: ti ho messo dentro una nostalgia di Dio grandissima e non sarai felice se non la seguirai; ti ho messo dentro una assoluta necessità di stare con gli altri, di amare e vivere in pace con tutti gli uomini e la loro compagnia ti sarà strada di felicità se li amerai.

Sono un unico amore, ma attento: non li separare mai, non viverli mai “in alternativa”, non dare all’uomo quel che è di Dio e non depositare in Dio quello che devi assolutamente ai tuoi simili.

E’ un riferimento semplice, ma è impegnativo, come si è sempre impegnato Dio per noi, perché Lui è un Dio non ci abbandona mai. 

20 Marzo 2020
+Domenico

Giuseppe il giusto: carpentiere, sognatore irriducibile, custode di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,18-25)

C’è un uomo che sogna una vita bella, semplice, senza pretese: Giuseppe.

Ha occhio umile e il Signore lo fa incontrare con Maria.

Una bellissima scultura, nello scrigno di pietra che adorna la Santa Casa di Loreto, ritrae la leggenda che vede Giuseppe in lizza con tanti pretendenti per avere Maria in sposa.

Facciamo una gara: prendiamo un bastone, avrà Maria colui al quale il bastone butterà fiori.

Il suo diventa un ramo di fiori e gli altri arrabbiati si fanno da parte e lo spezzano come si rompe la legna sulle ginocchia.

Ma la vita non sarà facile.

Dio non è un regista americano, che fa finir bene tutte le storie: Maria è incinta, prima di andare a vivere assieme.

Giuseppe sognava l’amore, ma lo voleva pulito.

Non era lui il padre di quel bambino e non riusciva a immaginarne l’origine.

Conosceva, e per questo l’amava perdutamente, l’assoluta integrità di Maria … ma non capiva!

Denunciarla? Nemmeno a parlarne.

Si andava pian piano orientando a risolvere la cosa nella forma più discreta possibile. 

Non aveva ancora deciso, quando Dio ne fermò i pensieri. Nei suoi sogni ha incrociato i pensieri di Dio: Giuseppe fidati! Hai ragione a non dubitare minimamente di Maria. è lo Spirito Santo, sono io che ho voluto cominciare a vivere da uomo in Cristo Gesù.

Sì, così devi chiamare questo bambino: assumiti tu il compito di padre.

E Giuseppe accettò di entrare in questo percorso, assolutamente sconosciuto e difficile: aveva espresso il massimo di docilità al piano esigente di Dio, sapeva che la strada imboccata era in salita.

Questa infatti gli chiede una decisione drammatica di pensare a una sua famiglia in maniera del tutto inaspettata, la nascita del figlio in un mare di  difficoltà, dentro quell’anfratto per pastori, scardinato dal suo paese in una concentrazione di povertà che a casa sua sarebbe stata meno ossessiva: povertà ancora, ma più vivibile.

Poi un altro sogno: ma non è forse meglio adattarsi che sognare?

E dal sogno la fuga: indesiderato, ricercato, scomodo, fragile, indifeso e pericoloso: è la prima pagina di diario che Giuseppe deve scrivere di Gesù, è l’atmosfera che caratterizza la festa per il suo figlio primogenito al ritorno della madre dalla clinica.

Si deve fuggire: e Giuseppe, il capofamiglia, il sognatore, docile, forte si assume le sue responsabilità, fa l’immigrato … non prende una carretta del mare, ma affronta un mare di sabbia.  

Ormai sono una famiglia, in Gesù resteranno indelebili la dedizione di Giuseppe, la sua cura, il suo cuore in tumulto, la sua obbedienza al piano di Dio; lo preparano al suo deserto, al suo orto del Getsemani, al suo abbandono nelle braccia del Padre.

Anche Gesù ha avuto una famiglia che gli ha segnato la vita e gli ha dato la forza di spendersi fino alla morte.

Giuseppe sicuramente ha raccontato i suoi sogni a Gesù, se ne è uscito un figlio più sognatore di lui. 

Sognava una grande discendenza come ogni pio ebreo, e Dio li sta ancora facendo crescere i suoi discendenti, i cristiani.

Sognava la quiete, Dio gliel’ha ribaltata.

Sognava la giustizia, Dio lo ha fatto diventare il giusto per eccellenza. (cfr. Lc 1-2; Mt. 1-2) 

San Giuseppe, prega per Noi

19 Marzo 2020
+Domenico

Spontaneità, si, ma soprattutto verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,18-19) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 18-19)

<<In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.>>

Siamo in un tempo che non ama troppo le norme, le regole.

Vogliamo essere noi regola a noi stessi, non ponendocene nessuna perché spesso viviamo alla giornata e navighiamo a vista.

Certo, la spontaneità è un grande valore e una grande forza e non deve essere repressa, perché la vita è spontaneità; la vita tanto più è «vita» quanto più sgorga liberamente da se stessa, quanto più è audacia ed avventura imprevista, e quanto meno è «borghesemente» indirizzata su vie già sperimentate che danno sicurezza. 

E’ giusto rifiutare e condannare la coercizione nelle nostre attività.

Purtroppo ci siamo costretti dall’isolamento e dal senso di impotenza che provengono dal vivere in una società come la nostra: è giusto rifiutare e condannare l’attività dell’uomo-automa, attività che si riduce ad assimilazione di modelli suggeriti dall’esterno; è giusto proporsi l’obiettivo di una libera attività del proprio io che sia espressione di tutto  l’essere, della personalità e della piena integrazione tra le diverse sfere della vita, intellettuale, affettiva, sensitiva … 

Ma questa, ci tengo a sottolineare, è una faccia soltanto della realtà.

L’altra faccia è il rischio di andare «oltre»: di far scadere cioè la spontaneità e l’originalità a instabilità, irrequietezza, disordine ed anche a cattiveria e malvagità. 

Da questo rischio ci salva la «norma», la quale dà alla nostra vita un ordine, la inserisce in una sintesi.

Gesù ai suoi ascoltatori appare rivoluzionario: ha autorità per andare oltre le mille leggi che il pio ebreo si trovava a dovere osservare, ma sa che nella strutturazione di una propria personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà, sono il punto di arrivo di una paziente azione educativa di Dio nei nostri confronti. 

Interessane quanto diceva Bonhoeffer: Gesù vuol dire due cose, che l’essere legato alla legge non significa ancora essere obbedienti, ma anche che il fatto di essere legati alla persona di Gesù, senza esserlo alla legge, vuol pure dire essere obbedienti.  

La legge protegge il bene comune, ma protegge anche la libertà personale, la quale altrimenti sarebbe soggetta ad ogni forma di violenza, perché il bene supremo per gli umani non è la libertà: è l’amore.

E Dio proprio questo è venuto a testimoniarci, per questo non ci abbandona mai

18 Marzo 2020

Gesù ci trascina nei suoi sogni, ma noi non ci fidiamo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,24-30)

Siamo fortunati – dicono i suoi compaesani – siamo diventati famosi.

La città di Nazareth è nota dovunque … non solo, ma abbiamo lo spettacolo garantito: Tutti sapevano che cosa aveva fatto Gesù sulle rive del lago, glielo invidiarono tutti.

Era come aver padre Pio in casa: Chissà quanta gente sarebbe venuta, quanti affari si sarebbero potuti fare … ma il loro cuore era indurito: credevano di aver a disposizione uno spettacolo, non una provocazione alla conversione. 

Gesù aveva cercato di trascinarli nei suoi sogni: chiudendo quei rotoli della torah, della Legge e consegnandoli all’inserviente aveva detto “oggi queste cose si avverano, questo sogno di un mondo diverso di un povero che si apre alla speranza, di un sofferente che salta di gioia io sono qui a renderlo esperienza vera. Ci state?”

Chiede loro una conversione, una condivisione, una passione per i suoi ideali, ma non è questo che loro si aspettano: È un privilegio da godere che si immaginano di poter ottenere. 

E Gesù viene a contatto con il primo rifiuto esplicito e provocatorio, e comincia a provare ciò che in piccolo forse anche noi talvolta abbiamo sperimentato: Ho parlato, ho dimostrato il massimo di gratuità e di delicatezza, ho cercato con dolcezza di capire… non solo non mi seguono, ma mi fanno pure del male.

Allora Gesù, come al solito di fronte alla difficoltà non blandisce, non cerca “audience”, non mitiga: va fino in fondo. 

Ricordate Naaman, il lebbroso “autosufficiente” di Damasco, invitato a bagnarsi nel fiume Giordano per guarire? Potente, offensivo e sprezzante, si permette di dire: devo bagnarmi in questa fogna? Con tutte le acque termali, le piscine e le acque cristalline di cui posso disporre? Proprio come tutti i senza Dio!

Invece  un ragazzetto lo invita a ascoltare il profeta e ha avuto in dono la guarigione dalla lebbra, ed è diventato nuovo: Non soltanto gli ha rifatto i moncherini, ma l’ha ricostruito. 

Ricordate la vedova presso cui veniva ospitato Elia? Non era nessuno, non era l’unica che moriva di stenti, in quella carestia … il popolo di Israele viveva ancor più disperato, ma Dio ha salvato lei

Dio non è legato a nessuna pretesa umana; il suo dono è senza ritorno, ma non può andare contro la nostra libertà

È così pur ciascuno di noi.

È così per le nostre comunità: il dono di Dio, la fede non è una proprietà, ma sempre un dono; non si può mettere in banca, non è una assicurazione, una polizza: è una continua ricerca, una domanda, una accoglienza, una disponibilità, ma non mai autosufficienza

Quando tocchi una proprietà ti devi sempre aspettare reazioni dure. 
Quando proponi conversione sei davanti ad accettazione o violenza. 

E Gesù ha la prova di quel che capiterà più tardi: La strada è in salita! 

È la salita della quaresima che stiamo vivendo con Lui e che vogliamo condividere.

In questo, passando in mezzo a loro se n’è accorto: c’è già la preparazione della resurrezione. 

16 Marzo 2020
+Domenico

Ogni domanda è un tombino nella vita ,e non ha bisogno di una botola per essere chiusa, ma di una sfida per scavarne una sorgente di vita

Una riflessione dal Vangelo secondo Giovanni (Gv4, 13-15) dal Vangelo del Giorno (Gv 4, 5-42)

<<Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. “Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.>>

Una delle esperienze tipicamente umane che caratterizzano la nostra vita distratta è l’inquietudine.

Non siamo mai soddisfatti: ci manca sempre qualcosa, abbiamo dentro domande che ritornano continuamente e cercano risposte soddisfacenti, ma non le trovano.  

Le domande della vita sono un appello continuo ad andare oltre, sono aperture, che noi spesso ci illudiamo di chiudere con delle botole anziché usare come strade per approfondire la nostra esistenza. 

E’ spesso anche il modello educativo cui siamo abituati … a ogni domanda una risposta, a ogni desiderio la sua soddisfazione, a ogni quiz tre possibili soluzioni: barra quella che ti sembra più giusta.

Non riesci più a pensare, ma solo a tentare!

Nella vita invece si deve usare un altro metodo: ogni domanda deve diventare una sfida e ogni risposta una scommessa.

Mi hai chiesto compagnia? io non ti do un “Tamagochi”, ma ti obbligo a scavare nella tua sete di amicizia e ti faccio scoprire il vero Amore!

Dio fa scommesse: se gli chiedi qualcosa non te la dà subito, ma ti fa trovare molto di più di quello che hai chiesto.

C’è un’arte nella vita … che è quella di riuscire a vedere in ogni nostra domanda una freccia che indica la strada della nostra felicità.

Questa sete che hai è l’appello a scavare, a cercare oltre … è una sete che spinge sempre a trovare  la sorgente: il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te, diceva S. Agostino. 

Ed è proprio la sete in un giorno caldo e il desiderio di una sosta nel suo lungo pellegrinare che un giorno fa incontrare Gesù con una donna a un pozzo. 

Un pozzo nel deserto è una autentica “manna”, una salvezza, una necessità: quel pozzo l’aveva scavato Giacobbe. 

Dammi da bere, dice Gesù.

Più tardi sulla croce griderà: <<ho sete>>.

Si meraviglia la donna per questa inaudita richiesta di un uomo a una donna samaritana, di un ebreo ad una donna samaritana: due popoli in costante mutuo disprezzo, un uomo o una donna contro ogni regola di comportamento pubblico. 

Gesù conosce quella donna interiormente: le legge la vita, la sa disorientata e buttata.

Viene ad attingere acqua al pozzo, ma è inquieta … ha dentro una sete più profonda cui non riesce a dare un nome: 

Quante volte non riusciamo a dare un nome alle nostre attese, ai bisogni che si fanno sempre presenti nella nostra vita: ti alzi il mattino e cerchi qualcosa, speri che la giornata ti porti risposte … vai a cercare dappertutto, leggi perfino gli oroscopi perché non sai “stare sospeso”, in una civiltà del “tutto e subito” a ogni domanda ci deve essere subito una risposta.  

<<Se tu conoscessi il dono che Dio>> … quello che Lui ti può fare, se sapessi che cosa veramente sta al fondo di tutte le tue ricerche, dei tuoi giri su te stessa, delle tue avventure che poi ti lasciano sempre sola! 

Se ti intestardisci a bere di quest’acqua, soltanto, avrai sempre sete.

Se continuerai a dar via la tua vita a pezzettini sarai sempre al punto di prima. 

E la sua vita l’aveva abbondantemente messa a disposizione di tanti, sempre in cerca dell’anima gemella, della “botola da mettere sul tombino della sua vita”. 

Troverai sempre e solo risposte parziali, non sarai mai in grado di tenerti in mano l’esistenza: avrai sempre sete. 

Chi beve l’acqua che io darò non avrà più sete per sempre. 

Maria, la madre di Gesù, a questa acqua ha sempre attinto: conservava queste cose nel suo cuore, non viveva la vita a quiz, ma la offriva al mistero, per allargarne l’attesa.

Aveva portato in grembo il figlio di Dio, ma ha sempre vissuto cercando: la sete della vita è sete di eternità.

Anche nel matrimonio più riuscito, diceva papa Giovanni Paolo II, esperimenti sempre un certa insoddisfazione: è la sete della sorgente dell’amore.

Maria era alla sorgente e a questa sorgente in cuor suo sempre ritornava per dare alla sua vita la pienezza di Dio. 

È Gesù l’acqua della vita, la sorgente della nostra pienezza: È lui che sta al fondo di ogni nostra domanda.

Diceva ancora papa Giovanni Paolo II ai giovani: È lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate, è lui la bellezza che tanto vi attrae, è lui che vi provoca quella sete di radicalità che non ci permette di adattarci al compromesso; è Lui che suscita in noi il rifiuto di lasciarci inghiottire dalla mediocrità. 

Benedetto XVI si poneva spesso sulla stessa lunghezza d’onda e chiamava questa sete, sete di verità.

Voi giovani siete tentati di definire come scopo della vita la libertà: non è sufficiente essere liberi … Infatti siete tanto liberi che vi annoiate!

Occorre essere veri, perché è la verità  la sorgente della vostra sete. 

E questa acqua sgorga dal  cuore di Gesù perfino dalla croce, fino all’ultima goccia di vita. 

15 Marzo 2020
+Domenico

Non ti lasciamo solo alla festa che fai o Padre misericordioso

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 1-3.11-32)

Siamo sempre tutti figli in cerca di un padre.

L’esperienza di essere stati affidati all’amore di un papà e una mamma è tra le più belle della vita!

Il Vangelo non poteva non passare da questo rapporto così determinante e necessario per ogni uomo. 

Non è possibile pensare alla fede cristiana senza collocarsi all’interno della esperienza fondamentale della vita di una famiglia.

Dio è Trinità: Dio si fa conoscere a partire dall’esperienza di base di una paternità e maternità, da una fratellanza e consanguineità.

Dio assume il volto di un Padre.

Gesù ha introdotto questa grande novità nella religione: ha chiamato Dio, l’onnipotente, Papà …

… e da Papà si presenta nel Vangelo alle prese con una famiglia difficile: Il più giovane dei figli è scappato di casa e l’altro si adatta a restare.

Per lui non c’è posto nel cuore dei due figli: Nessuno dei due capisce il suo amore, la sua tenerezza … uno deve sperimentare fuga, l’altro stagnazione e noia. 

Questi due figli che fanno fatica a stare con il loro papà, che crescono in fretta, che si distanziano anche giustamente dalla vita del padre, che vogliono conquistarsi lo spazio indispensabile della loro libertà sono la nostra immagine: Tutti siamo figli, tutti abbiamo o abbiamo avuto un padre, tutti abbiamo in corpo una sete di libertà, di autonomia, una voglia di far vedere chi siamo, una indipendenza che vogliamo a tutti i costi.   

Uno di loro se ne vuol proprio andare, non ce la fa più: si sente soffocato, scambia l’amore per una catena, crede di poter volare, ma non ha ancora le ali.

Parte, crede di andare a conquistare la luna, invece si schianta appena fuori dal nido nelle braccia del vizio: trova subito il suo spacciatore che lo tira nella rete.

Perché la vita non è una passeggiata per nessuno.

Per fortuna che gli resta la capacità di ragionare e soprattutto non gli si sono ancora cancellate nella mente le belle esperienze di amore col  papà, la bella sensazione di essere preso tra le sue braccia, il ricordo della sua tenerezza: fa un giro di 180 gradi e ritorna!

Gli basta stare nei paraggi, sa di aver sbagliato, ma anche solo a 100 metri da casa potrebbe respirare il suo amore. 

E’ la fame che lo muove, è ancora interesse, dovrà lavorare alla grande per trasformare questa fame in amore. 

L’altro figlio sta col padre: non si muove, aspetta senza lode né infamia che il tempo passi.

Morirà ‘sto vecchio, mi lascerà quel che mi spetta! Io tento ogni tanto di strappargli qualcosa, ma non molla facilmente, ha in mano tutto lui ...”

Sta col padre, ma lo ritiene un padrone;
è docile, ma per convenienza;
è in casa, ma senza cuore.

Vuole bene non al padre, ma alle sue proprietà.

Il padre gli dice: tu sei sempre con me! Ma lui non gode del padre, non sa che significa poterlo godere come padre, non scandaglia nel suo cuore, ma solo nel suo portafoglio.

E quando il primo figlio ritorna, forse per interesse, ma almeno ritorna, e dichiara di aver bisogno del padre, questo che sta sempre a casa si allontana col cuore e non ha il coraggio di chiamarlo “fratello”, ma “questo tuo figlio”, come quando in casa si litiga tra papà e mamma per i figli e si dice: guarda “tuo figlio” che ha fatto. 

Lo vuoi guardare in faccia questo mio figlio? Sì per me è mio figlio, anche se tu non lo vuoi più chiamare fratello.

Se lo accolgo di nuovo in casa, leggimi almeno in volto la fine della mia pena che da tempo provo anche per te, perché vuoi più bene ai miei vitelli e a i miei capretti che a me.

Stavi qui con me, ma non mi vedevi; mangiavi con me, ma pensavi di stare in un albergo: Posso sperare di avere due figli … o devo sempre credere di vivere con due  estranei? 

Qui il padre è un grande, è proprio l’immagine di Dio: passa la vita ad accogliere l’uno e a coinvolgere l’altro, non vuole lasciarli nel loro egoismo, spende la sua vita per farli cantare nell’amore.  

Quel Padre è Dio, quei figli siamo noi con tutte le nostre bizze, le nostre fatiche a vivere di amore, a trasformare la forza della vita, l’istinto di sopravvivenza, la voglia di felicità in progetto … progetto d’amore.

Finché non c’è l’amore la nostra esistenza è  approssimata, non è al massimo.

E Dio è proprio sempre con noi, per farci crescere in questo amore. 

14 Marzo 2020
+Domenico